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Il Volo

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Da una linea forte nasce una debole e da una linea debole una forte.

The Shadow Line

La linea d’ombra è quando si diventa capitani della propria nave, quando si prendono le proprie responsabilità perché c’è un’età dove non si sa bene dove andare (investo su quello o su quell’altro), quando le decisioni le si prende da solo. Ci sono persone che vivono la vita senza mai superare quella linea d’ombra, per cui passano ad esempio dalla mamma alla moglie, dalla mamma al marito, il capo; danno agli altri la possibilità di scegliere per loro, in modo che primo non si prendono responsabilità, secondo non si sbaglia mai.
Nel libro che racconta di questo giovane capitano spiega che quando la nave si avvicina al porto, ad un certo punto bisogna staccare i motori o tirar giù le vele, bisogna farlo ad un certo punto, c’è una linea che se si fa troppo in là, si va a sbattere contro la banchina per forza, per cui c’è un momento preciso in cui bisogna fare quella cosa prima di schiantarsi, prima che sia troppo tardi.

The Shadow Line (Eng) ; La Linea d’Ombra (It)

ONLY the young have such moments. I don’t mean the very young. No. The very young have, properly speaking, no moments. It is the privilege of early youth to live in advance of its days in all the beautiful continuity of hope which knows no pauses and no introspection.

One closes behind one the little gate of mere boyishness—and enters an enchanted garden. Its very shades glow with promise. Every turn of the path has its seduction. And it isn’t because it is an undiscovered country. One knows well enough that all mankind had streamed that way. It is the charm of universal experience from which one expects an uncommon or personal sensation— a bit of one’s own.

One goes on recognizing the landmarks of the predecessors, excited, amused, taking the hard luck and the good luck together—the kicks and the halfpence, as the saying is—the picturesque common lot that holds so many possibilities for the deserving or perhaps for the lucky. Yes. One goes on. And the time, too, goes on—till one perceives ahead a shadow-line warning one that the region of early youth, too, must be left behind.

This is the period of life in which such moments of which I have spoken are likely to come. What moments? Why, the moments of boredom, of weariness, of dissatisfaction. Rash moments. I mean moments when the still young are inclined to commit rash actions, such as getting married suddenly or else throwing up a job for no reason.

This is not a marriage story. It wasn’t so bad as that with me. My action, rash as it was, had more the character of divorce—almost of desertion. For no reason on which a sensible person could put a finger I threw up my job—chucked my berth—left the ship of which the worst that could be said was that she was a steamship and therefore, perhaps, not entitled to that blind loyalty which. . . . However, it’s no use trying to put a gloss on what even at the time I myself half suspected to be a caprice.

IT: Soltanto i giovani hanno momenti simili. Non sto parlando dei giovanissimi. No. I giovanissimi, in effetti, non hanno momenti. È il privilegio della prima giovinezza di vivere in anticipo sui propri giorni, in quella bella continuità di una speranza che non conosce né pause né introspezione.
Ci si chiude alle spalle il piccolo cancello della fanciullezza e si entra in un giardino incantato, dove anche le ombre splendono di promesse e ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione. Non perché sia una terra inesplorata. Si sa bene che tutta l’umanità è passata per quella stessa strada. È il fascino dell’esperienza universale da cui ci si aspetta una sensazione non comune o personale: un pezzetto di se stessi.
Riconoscendo le orme di chi ci ha preceduto, si va avanti, eccitati e divertiti, accogliendo insieme la buona e la cattiva sorte - le rose e le spine, come si suol dire - il variegato destino comune che ha in serbo tante possibilità per chi le merita o, forse, per chi ha fortuna. Già. Si va avanti. E il tempo, anche lui va avanti; finché dinnanzi si scorge una linea d’ombra che ci avvisa che anche la regione della prima giovinezza deve essere lasciata indietro.
Questo è il periodo della vita in cui è probabile che arrivino i momenti di cui ho parlato. Quali momenti? Momenti di noia, ecco, di stanchezza, di insoddisfazione. Momenti precipitosi. Parlo di quei momenti in cui chi è ancora giovane è portato a compiere atti avventati, come sposarsi all’improvviso, o abbandonare un lavoro senza motivo alcuno.
Questa non è la storia di un matrimonio. Non ero arrivato a tanto. Il mio atto, per quanto avventato, aveva più le caratteristiche del divorzio, della diserzione quasi. Senza una ragione plausibile per una persona di buon senso, mollai il mio lavoro - lasciai il mio posto - abbandonai la nave di cui la cosa peggiore che si potesse dire era che era una nave a vapore e perciò, forse, non meritava quella cieca fedeltà che… Comunque, non serve cercare di metter delle pezze a quello che io stesso anche allora sospettai essere poco più di un capriccio.

But I felt no apprehension. I was familiar enough with the Archipelago by that time. Extreme
patience and extreme care would see me through the region of broken lands [...]
The road would be long. All roads are long that lead toward once heart’s desire. But this road my
mind’s eye could see on a chart, professionally, with all its complication and difficulties, yet sample enough in away. One is a seaman, or one is not. And I had no doubt of being one.

IT: Ma non sentivo alcuna apprensione. Ormai conoscevo abbastanza bene l’Arcipelago. Un’estrema
pazienza e un’estrema attenzione mi avrebbero guidato attraverso quella regione di terre
frammentate [...]
Certo, la strada era lunga. Sono lunghe tutte le strade che menano dove il cuore comanda. Ma
codesta strada riuscivo a vederla con gli occhi della mente su una carta, professionalmente, con tutte
le sue complicazioni e difficoltà, e tuttavia in certo qual senso abbastanza semplice. C’è chi è
marinaio e chi non lo è. E io sentivo di esserlo, senza il minimo dubbio.

The Shadow Line, Joseph Conrad

La linea d’ombra - Jovanotti

La nebbia che io vedo a me davanti
per la prima volta nella vita mia mi trovo a saper quello che lascio
e a non saper immaginar quello che trovo
mi offrono un incarico di responsabilità
portare questa nave verso una rotta che nessuno sa
è la mia età a mezz’aria in questa condizione di stabilità precaria
ipnotizzato dalle pale di un ventilatore sul soffitto mi giro e mi rigiro sul mio letto
mi muovo col passo pesante in questa stanza umida di un porto
che non ricordo il nome il fondo del caffè confonde il dove e il come
e per la prima volta so cos’è la nostalgia la commozione
nel mio bagaglio panni sporchi di navigazione
per ogni strappo un porto per ogni porto in testa una canzone
è dolce stare in mare quando son gli altri a far la direzione
senza preoccupazione soltanto fare ciò che c’è da fare
e cullati dall’onda notturna sognare la mamma… il mare.
Mi offrono un incarico di responsabilità
mi hanno detto che una nave c’ha bisogno di un comandante
mi hanno detto che la paga è interessante e che il carico è segreto ed importante
il pensiero della responsabilità si è fatto grosso
è come dover saltare al di là di un fosso
che mi divide dai tempi spensierati di un passato che è passato
saltare verso il tempo indefinito dell’essere adulto
di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura
cosa sarò dove mi condurrà la mia natura?
La faccia di mio padre prende forma sullo specchio lui giovane io vecchio
le sue parole che rimbombano dentro al mio orecchio
“la vita non è facile ci vuole sacrificio un giorno te ne accorgerai e mi dirai se ho ragione”
arriva il giorno in cui bisogna prendere una decisione
e adesso è questo giorno di monsone col vento che non ha una direzione
guardando il cielo un senso di oppressione
ma è la mia età dove si sa come si era e non si sa dove si va, cosa si sarà
che responsabilità si hanno nei confronti degli esseri umani che ti vivono accanto
e attraverso questo vetro vedo il mondo come una scacchiera dove ogni mossa
che io faccio può cambiare la partita intera
ed ho paura di essere mangiato ed ho paura pure di mangiare
mi perdo nelle letture, i libri dello zen ed il vangelo
l’astrologia che mi racconta il cielo
galleggio alla ricerca di un me stesso con il quale poter dialogare
ma questa linea d’ombra non me la fa incontrare.
Mi offrono un incarico di responsabilità non so cos’è il coraggio
se prendere e mollare tutto se scegliere la fuga od affrontare questa realtà difficile da interpretare
ma bella da esplorare provare a immaginare cosa sarò quando avrò attraversato il mare
portato questo carico importante a destinazione
dove sarò al riparo dal prossimo monsone
mi offrono un incarico di responsabilità
domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire
getterò i bagagli in mare studierò le carte
e aspetterò di sapere per dove si parte quando si parte
e quando passerà il monsone dirò levate l’ancora diritta avanti tutta
questa è la rotta questa è la direzione questa è la decisione.

Pars vite et reviens tard

Place du Bourg de Four, Genève


Les types, à Paris, marchent beaucoup plus vite qu’au Guilvinec, Joss l’avait constaté depuis longtemps. Chaque matin, les piétons s’écoulaient par l’avenue du Maine à la vitesse de trois nœuds. Ce lundi, Joss filait presque ses trois nœuds et demi, s’efforçant de rattraper un retard de vingt minutes. En raison du marc de café qui s’était déversé en totalité sur le sol de la cuisine.
Ça ne l’avait pas étonné. Joss avait compris depuis longtemps que les choses étaient douées d’une vie secrète et pernicieuse. Hormis peut-être certaines pièces d’accastillage qui ne l’avaient jamais agressé, de mémoire de marin breton, le monde des choses était à l’évidence chargé d’une énergie tout entière concentrée pour emmerder l’homme. La moindre faute de manipulation, parce qu’offrant à la chose une liberté soudaine, si minime fût-elle, amorçait une série de calamités en chaîne, pouvant parcourir toute une gamme, du désagrément à la tragédie. Le bouchon qui échappe aux doigts en était, sur le mode mineur, un modèle de base. Car un bouchon lâché ne vient pas rouler aux pieds de l’homme, en aucune manière. Il se love derrière le fourneau, mauvais, pareil à l’araignée en quête d’inaccessible, déclenchant pour son prédateur, l’Homme, une succession d’épreuves variables, déplacement du fourneau, rupture du flexible de raccordement, chute d’ustensile, brûlure.
[...]
C’est ainsi que les choses, animées d’un esprit de vengeance légitimement puisé à leur condition d’esclaves, parvenaient à leur tour par moments brefs mais intenses à soumettre l’homme à leur puissance larvée, à le faire se tordre et ramper comme un chien, n’épargnant ni femme ni enfant. Non, pour rien au monde Joss n’aurait accordé sa confiance aux choses, pas plus qu’aux hommes ou à la mer. Les premières vous prennent la raison, les seconds l’âme et la troisième la vie.

IT(trad): A Parigi, la gente camminava molto più in fretta che a Guilvinec, Joss l’aveva constatato da parecchio tempo. Ogni mattina, i pedoni filavano lungo l’avenue du Maine a una velocità di tre nodi. Quel lunedì Joss filava a poco meno di tre nodi e mezzo, nello sforzo di recuperare un ritardo di venti minuti. Per via dei fondi di caffè che si erano completamente rovesciati sul pavimento della cucina.
Non si era sorpreso. Aveva capito da tempo che le cose sono dotate di una vita segreta e perniciosa. Salvo forse alcuni accessori nautici che, a memoria di marinaio bretone, non l’avevano mai aggredito, il mondo delle cose era indubbiamente carico di un’energia tutta concentrata a rompere le palle all’uomo. Il più insignificante errore di manipolazione offriva all’oggetto un’improvvisa libertà che, per quanto minima, innescava una serie di sciagure a catena in grado di coprire un’ampia gamma, dalla seccatura alla tragedia. Il tappo che sfuggiva dalle dita era, nella tonalità minore, un modello base. Perché un tappo non rotola ai piedi dell’uomo, assolutamente no. Si acquatta dietro il fornello, malignamente, come il ragno in cerca di inaccessibilità, scatenando per il suo predatore, l’Uomo, una sequenza di cimenti variabili: spostamento del fornello, rottura del tubo di gomma, caduta di utensile, scottatura.
[...]
In questo modo le cose, animate da uno spirito di vendetta che traevano a buon diritto dalla loro condizione di schiavitù, riuscivano per brevi ma intensi attimi ad assoggettare l’uomo al loro larvato potere, a farlo torcere e strisciare come un cane, senza risparmiare né donne né bambini. No, per niente al mondo Joss si sarebbe fidato degli uomini o del mare. Le cose ti rubano la ragione, gli uomini l’anima e il mare la vita.

Fred Vargas, “Pars vite et reviens tard” (Parti in fretta e non tornare)

Pendule de Foucault

“Vede Casaubon, non si scappa mai in linea retta. Sull’esempio dei Savoia a Torino, Napoleone III ha fatto sventrare Parigi trasformandola in una rete di boulevard, che tutti ammiriamo come capolavoro di sapienza urbanistica. Ma le strade dritte servono a controllare meglio le folle in rivolta. Quando si può, vedi i Champs Elysèes, anche le vie laterali debbono essere larghe e dritte. Quando non si è potuto, come nelle stradette del Quartiere Latino, allora è lì che il maggio ‘68 ha dato il meglio di sé. Quando si scappa si entra nelle viuzze. Nessuna forza pubblica può controllarle tutte, e anche i poliziotti hanno paura di penetrarvi in gruppi isolati. Se ne incontri due da soli, hanno più paura di te, e per comune accordo vi mettete a scappare in direzioni opposte. Quando si partecipa a un raduno di massa, se non si conosce bene la zona il giorno prima si fa una ricognizione dei luoghi, e poi ci si colloca all’angolo da dove si dipartono le strade piccole.”

[...]

Pendolo di Foucault

“Pim, non ci sono gli archetipi, c’è il corpo. Dentro la pancia è bello, perché ci cresce il bambino, si infila il tuo uccellino tutto allegro e scende il cibo buono saporito, e per questo sono belli e importanti la caverna, l’anfratto, il cunicolo, il sotterraneo, e persino il labirinto che è fatto come le nostre buone e sante trippe, e quando qualcuno deve inventare qualcosa di importante lo fa venire da lì, perché sei venuto di lì anche tu il giorno che sei nato, e la fertilità è sempre in un buco dove qualcosa prima marcisce e poi ecco là, un cinesino, un dattero, un baobab. Ma alto è meglio che basso, perché se stai a testa in giù ti viene il sangue alla testa, perché i piedi puzzano e i capelli meno, perché è meglio salire su un albero a coglier frutti che finire sottoterra a ingrassare i vermi, perché raramente ti fai male toccando in alto (devi essere proprio in solaio) e di solito ti fai male cascando verso il basso, ed ecco perché l’alto è angelico e il basso diabolico. Ma siccome è anche vero quel che ho detto prima sulla mia pancina, sono vere tutte e due le cose, è bello il basso e dentro, in un senso, e nell’altro è bello l’alto e il fuori, e non c’entra lo spirito di Mercurio e la contraddizione universale. Il fuoco tiene caldo e il freddo ti fa venire la broncopolmonite, specie se sei un sapiente di quattromila anni fa, e dunque il fuoco ha misteriose virtù, anche perché ti cuoce il pollo. Ma il freddo conserva lo stesso pollo e il fuoco se lo tocchi ti fa venire una vescica grossa così, quindi se pensi a una cosa che si conserva da millenni, come la sapienza, devi pensarla su un monte, in alto (e abbiam visto che è bene), ma in una caverna (che è altrettanto bene) e al freddo eterno delle nevi tibetane (che è benissimo). E se poi vuoi sapere perché la sapienza viene dall’Oriente e non dalle Alpi Svizzere, è perché il corpo dei tuoi antenati alla mattina, quando si svegliava che era ancora buio, guardava ad est sperando che sorgesse il sole e non piovesse, governo ladro.”

“Sì, mamma.”

“Certo che sì, bambino mio. Il sole è buono perché fa bene al corpo, e perché ha il buon senso di riapparire ogni giorno, quindi è buono tutto quello che ritorna, non quello che passa e va e chi s’è visto s’è visto. Il modo più comodo per ritornare da dove si è passati senza rifare due volte la stessa strada è camminare in circolo. E siccome l’unica bestia che si acciambella a cerchio è il serpente, ecco perché tanti culti e miti del serpente, perché è difficile rappresentare il ritorno del sole arrotolando un ippopotamo. Inoltre se devi fare una cerimonia per invocare il sole, ti conviene muovere in circolo, perché se muovi in linea retta ti allontani da casa e la cerimonia dovrebbe essere brevissima, e d’latra parte il circolo è la struttura più comoda per un rito, e lo sanno anche quelli che mangiano fuoco sulle piazze, perché in circolo tutti vedono allo stesso modo chi sta al centro, mentre se un’intera tribù si mettesse in linea retta come una squadra di soldati, quelli più lontano non vedrebbero, ed ecco perché il cerchio e il movimento rotatorio e il ritorno ciclico sono fondamentali in ogni culto e in ogni rito.”

“Sì mamma.”

“Certo che sì. E adesso passiamo ai numeri magici che piacciono tanto ai tuoi autori. Uno sei tu che non sei due, uno è quel tuo affarino lì, una è la mia affarina qui e uni sono il naso e il cuore e quindi vedi quante cose importanti sono uno. E due sono gli occhi, le orecchie, le narici, i miei seni e le tue palle, le gambe, le braccia e le natiche. Tre è più magico di tutti perché il nostro corpo non lo conosce, non abbiamo nulla che sia tre cose, e dovrebbe essere un numero misteriosissimo che attribuiamo a Dio, in qualunque posto viviamo. ma se ci pensi, io ho una sola cosina e tu hai un solo cosino — sta’ zitto e non fare dello spirito — e se mettiamo questi due cosini insieme viene fuori un nuovo cosino e diventiamo tre. Ma allora ci vuole un professore universitario per scoprire che tutti i popoli hanno strutture ternarie, trinità e cose del genere? Ma le religioni non le facevano mica col computer, era tutta gente per bene, che scopava come si deve, e tutte le strutture trinitarie non sono un mistero, sono il racconto di quel che fai tu, di quel che facevano loro. Ma due braccia e due gambe fanno quattro, ed ecco che quattro è lo stesso un bel numero, specie se pensi che gli animali hanno quattro zampe e a quattro zampe vanno i bambini piccoli, come sapeva la Sfinge. Cinque non parliamone, sono le dita della mano, e con due mani hai quell’altro numero sacro che è dieci, e per forza sono dieci persino i comandamenti, altrimenti se fossero dodici quando il prete dice uno, due, tre e mostra la dita, arrivato agli ultimi due deve farsi prestar la mano dal sacrestano. Adesso prendi il corpo e conta tutte le cose che spuntano dal tronco, con braccia, gambe testa e pene sono sei, ma per la donna sette, per questo mi pare che tra i tuoi autori il sei non sia mai stato preso sul serio se non come doppio di tre, perché funziona solo per i maschi, i quali non hanno nessun sette, e quando comandano loro preferiscono vederlo come numero sacro, dimenticando che anche le mie tette spuntano in fuori, ma pazienza. Otto — mio dio, non abbiamo nessun otto… no, aspetta, se braccia e gambe non contano per uno, ma per due, per via del gomito e del ginocchio, abbiamo otto grandi ossa lunghe che sballonzolano in fuori, e prendi queste otto più il tronco e hai nove, che se poi ci metti la testa fa dieci. Ma sempre girando intorno al corpo ne cavi fuori tutti i numeri che vuoi, pensa ai buchi.”

“I buchi?”

“Sì, quanti buchi ha il tuo corpo?”

“Be’” mi contavo “Occhi narici orecchie bocca culo, fa otto.”

“Vedi? Un’altra ragione per cui otto è un bel numero. Ma io ne ho nove! E col nono ti faccio venire al mondo, ed ecco perché nove è più divino di otto! Ma vuoi la spiegazione di altre figure ricorrenti? Vuoi l’anatomia dei tuoi menhir, che i tuoi autori ne parlano sempre? Si sta in piedi di giorno e sdraiati di notte — anche il tuo cosino, no, non dirmi cosa fa di notte, il fatto è che lavoro diritto e si riposa sdraiato. E quindi la stazione verticale è vita, ed è in rapporto col sole, e gli obelischi si rizzano in su come gli alberi, mentre la stazione orizzontale e la notte sono sonno e quindi morte, e tutti adorano menhir, piramidi, colonne e nessuno adora balconi e balaustrate. Hai mai sentito parlare di un culto arcaico della ringhiera sacra? Vedi? E anche perché il corpo non te lo permette, se adori una pietra verticale, anche se siete in tanti la vedete tutti, se invece adori una cosa orizzontale la vedono solo quelli in prima fila e gli altri spingono dicendo anch’io anch’io e non è un bello spettacolo per una cerimonia magica…”

“Ma i fiumi…”

“I fiumi non è perché sono orizzontali, ma perché c’è dentro l’acqua, e non vorrai che ti spieghi il rapporto tra acqua e corpo… Oh insomma, siamo fatti così, con questo corpo, tutti, e per questo elaboriamo gli stessi simboli a milioni di chilometri di distanza e per forza tutto si assomiglia, e allora vedi che le persone con sale nella testa se vedono il fornello dell’alchimista, tutto chiuso e caldo dentro, pensano alla pancia della mamma che fa il bambino, e solo i tuoi diabolici vedono la Madonna che sta per fare il bambino e pensano che sia un’allusione al fornello dell’alchimista. Così hanno passato migliaia di anni a cercare un messaggio, e tutto era già lì, bastava si guardassero allo specchio. ”

“Tu mi dici sempre la verità. Tu sei il mio Me, che poi è il mio Sè visto da Te. Voglio scoprire tutti i segreti archetipi del corpo.” Quella sera inaugurammo l’espressione “fare gli archetipi” per indicare i nostri momenti di tenerezza. Mentre già mi abbandonavo al sonno, Lia mi toccò una spalla. “Dimenticavo,” disse “sono incinta.”

Avrei dovuto ascoltare Lia. Parlava con la saggezza di chi sa da dove nasce la vita.

Umberto Eco, Il Pendolo di Foucault

if …

IF you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too;
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise:

If you can dream - and not make dreams your master;
If you can think - and not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same;
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ‘em up with worn-out tools:

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: ‘Hold on!’

If you can talk with crowds and keep your virtue,
‘ Or walk with Kings - nor lose the common touch,
if neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much;
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And - which is more - you’ll be a Man, my son!

Kipling da Rewards and Fairies, 1910

Traduzione:

Se riesci a non perdere la testa quando tutti intorno
la perdono, e se la prendono con te:
Se riesci a non dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano,
pur tenendo conto del loro dubitare.
Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere;
Se sai non ricambiare menzogna con menzogna,
odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono,
e a evitare di far discorsi troppo saggi;

Se sai sognare - ma dai sogni sai non farti dominare.
Se sai pensare - senza rendere i pensieri il tuo obiettivo;
Se sai trattare nello stesso modo i due impostori
- Trionfo e Sconfitta - quando ti capitano innanzi;
Se puoi tollerare di udire la verità da te pronunciata
stravolta da disonesti che intessono trappole per gli ingenui;
Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai consunti,
le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante;

Se di tutto ciò che hai vinto sai fare un solo mucchio
e te lo giochi, all’azzardo, un’altra volta,
e se perdi, sai ricominciare
senza dire una parola di sconfitta;
Se puoi sforzare il tuo cuore, nervi e muscoli
per servire al tuo scopo ben al di là delle loro possibilità
e così andare avanti quando più nulla in te
tranne la Volontà dice loro “tieni duro!”

Se sai parlare alle folle senza sentirti re,
o intrattenere i re parlando francamente.
Se né i nemici e neppure gli amici più cari possono ferirti.
Se tutti possono contare su di te ma nessuno eccessivamente.
Se puoi riempire un inesorabile minuto
con un viaggio lungo sessanta secondi
tua è la terra e quanto vi è in essa,
e - cosa ancor più importante - tu sarai un Uomo, ragazzo mio!


aggiunto finale scritto di “Due giorni a Parigi”

Snoopy, Peanuts

L’avversità mi si mostra dolce

L’avversità mi si mostra dolce, come il rospo brutto e velenoso che reca sul suo capo una gemma preziosa. Questa nostra vita, non costretta in pubblico, sente parlare gli alberi, narrare i ruscelli, discorrere le pietre, e bontà in ogni cosa.

As You Like It (Come Vi Piace) - William Shakespeare


Come vi piace (As You Like It) è una commedia in cinque atti di Shakespeare, scritta, in versi e in prosa, tra il 1599 e i primi mesi del 1600.
Il duca, padre della bella Rosalind, è stato spodestato dal prepotente fratello e padre di Celia, legata da sincero affetto a Rosalind. Il duca si è rifugiato con pochi fedeli nella foresta di Arden. Intanto Orlando, orfano di sir Rowland de Boys, amico del duca deposto, è costretto a subire le angherie del fratello maggiore, il malvagio Oliver. Orlando e Rosalind si innamorano, ma Rosalind è bandita da corte, si rifugia nella foresta travestendosi da maschio, assumendo il nome di Ganimede. Con lei, Celia che si fa passare per la sorella di Ganimede, Aliena e il buffone Touchstone (Paragone). Orlando li segue senza scoprire la vera identità di Ganimede. Nella foresta ci sono anche i rustici pastorelli Silvius e Phebe innamorati. Ma quando Phebe vede Ganimede, se ne innamora. Touchstone corteggia rusticamente Audrey, una ragazza del villaggio, sottraendola a William. Al seguito del duca c’è anche Jacques, prototipo dell’elisabettiano che soffre di malinconia d’amore. Alla fine, scoperta l’identità di Rosalind le coppie si riassortiscono in modo appropriato. Arriva la notizia che l’usurpatore si è pentito, dopo l’incontro con un eremita. Il duca può riavere il trono.Fonte della vicenda è il romanzo “Rosalinda” di Thomas Lodge.


Siamo all’epilogo. Rosalinda, la protagonista di questa commedia pastorale, parla al pubblico. Rivolgendosi dapprima alle donne dice: “Vi ordino, donne, per il vostro amore per gli uomini, di approvare di questa commedia quel che vi piace. Vi ordino, uomini,  per il vostro amore per le donne…che, fra voi e le donne, la commedia vi piaccia tutta…” (Come vi piace - Mondadori, pag. 193). Shakespeare sembra volerci dire: “ho scritto la commedia con un lieto fine, così  come vi piace, ma sappiate che al di là della satira che in essa straripa da ogni battuta, al di là del buonismo tipico del genere pastorale, al di là del tutti vissero felici e contenti, ho voluto anche prospettarvi la possibilità che nella vostra vita non è detto che la tragedia e la sofferenza sia d’obbligo. Può anche accadere la felicità. Però, il tutto va subordinato al luogo: lo “spazio scenico” della vita va riconsegnato alla natura, situato nella foresta, nel luogo della spontaneità, della semplicità, della naturalità, dell’innocenza. Non solo: occorre anche che ogni personaggio sia consapevole di essere personaggio, maschera di qualcosa di più duraturo”.Chi qualifica questa deliziosa commedia come minore, a nostro parere non ha capito nulla di Shakespeare. Ogni sua tragedia-commedia altri non è che un mitico, archetipico personaggio di quella più grande commedia-tragedia che è l’intera sua opera, ovvero la sua vita, perché egli non è un uomo: è teatro.  Frasi come quelle che il nostro genio fa pronunciare a Jaques in  II, VII - sono molto frequenti nelle sue opere: “Il mondo è tutto un palcoscenico, e uomini e donne, tutti, sono attori; hanno proprie uscite e proprie entrate; nella vita un uomo interpreta più parti, ché gli atti sono le sette età…Il bambino…lo scolaro…l’amante…il soldato…il giudice…” ed in fine l’anziano ed il vecchio. (op. cit. pag. 81-83). E’ indubbio come questi atti siano caratterizzati da parti che di originale hanno poco o niente, e che nel tempo vengono ripetuti da intere generazioni sempre allo stesso identico modo. Ma è anche indubbio che, nel momento in cui scatta la consapevolezza di stare su di un palcoscenico (il mondo), oltre che attori si diventa anche un po’ registi (nei limiti di quanto è concesso), ed ecco che allora ci imbattiamo in personaggi come Rosalinda, Celia sua cugina, Orlando ed altri, che tuffandosi nel fiume della vita, ben caratterizzato dalla foresta totalmente abbandonata alla saggezza delle stagioni del tempo ed alle esigenze dello spazio, lasciano che i loro vizi si stemperino nella calda corrente dell’Essere che a tutto provvede. La vita è un gioco, sembra ancora dirci Shakespeare, giochiamola dunque come quando da bambini, con assoluta serietà, giocavamo i nostri infantili giochi. E Come vi piace ha tutta la leggerezza della fiaba, del gioco, del sogno. Non a caso a condurre le danze sono le due cuginette, che per entrare nel palcoscenico della foresta cambieranno i rispettivi nomi in Ganimede e in Aliena. Esse, come due farfalle, si lasciano seguire da una folla di “bambini”: da tutti gli altri personaggi.

Certo l’inizio della commedia potrebbe facilmente far pensare alle solite tragedie, ma sicuramente, il nostro autore, non ha solo ceduto alle richieste del popolo: falla come ci piace - forse, con l’immaginazione aveva anche prospettato un seguito drammatico, ma avendo visto l’inimmaginabile, ha preferito la presa in giro, la bonaria satira della pastorale, il lieto fine. Ma è  da non sottovalutare un altro importante aspetto. Rosalinda, nel momento in cui comincia la sua deliberata recita nella foresta, grazie alla sua consapevolezza, trasforma un luogo comune in una scuola di libero arbitrio: diventa una sorta di maestro. Sempre, quando vi è la presenza di un maestro di vita, di una persona che si è resa conto di essere un personaggio fra le tavole del palcoscenico del mondo, le cose prendono la giusta piega. Ciò accade perché ognuno allenta le tensioni prodotte dall’ego, diluisce le passioni, sgonfia i sentimenti devianti, mette a freno i sensi. La competitività, come d’incanto, sparisce: nella foresta ogni cosa ha il suo spazio e il suo tempo, ed ogni lotta per la sopravvivenza è naturale e non toccata da odio, vendetta, o altro. Nella foresta l’ego muore perché la natura è una perfetta sintesi di parti, una sinfonia che prevede infiniti strumenti tutti accordati alle leggi eterne. Nessuno può stonare. Gli strumenti sono scordati prima dell’ingresso nel bosco: un fratello usurpa il titolo di Duca al fratello; un altro fratello, per invidia, vuol far uccidere suo fratello da un lottatore; il Duca usurpatore vuole dapprima allontanare la figlia dalla nipote, e poi vuole esiliarle entrambe. I buoni sono costretti a fuggire nella foresta per salvare la vita, mentre le due cugine architettano un piano da attuare nella foresta. A quel punto, il La della natura costringe tutti all’accordo: l’usurpatore si pente; il cattivo fratello si converte dopo essere stato salvato dal fratello buono; pastori e buffoni trovano anche loro la giusta via. Ma pur con la sua leggerezza, con la sua satira, col il suo quasi ridicolizzato buonismo, questa commedia, fra le righe, non  trascura di sottolineare i risvolti psicologici dei personaggi, attraverso cui possiamo scrutare la nostra mai completamente sondata psiche (anima). All’inizio, sul finire della scena prima dell’atto primo, Oliviero confessa perché odia tanto suo fratello: “Egli ha un’innata gentilezza; senza aver mai studiato, è colto; pieno di nobiltà; amato con calore da ogni sorta di persone; così vivo nel cuore di tutti - e specialmente della mia gente, che lo conosce meglio - che io vengo ormai del tutto disprezzato…” Anziché gioire di tante buone qualità del fratello Orlando, vede in lui un astro nemico che ponendosi fra lui e il sole  oscura la sua meschinità. Sì meschinità: fra due sorgenti d’acqua, la gente sceglie quella le cui acque sono più limpide, più fresche. La sua cattiveria svanirà nella foresta, laddove mai due ruscelli lotterebbero fra loro: ognuno segue il suo corso e lascia scorrere le sue acque, senza curarsi di quanti animali riesca a dissetare: ognuno è com’è a seconda delle sue massime possibilità. L’invidia, oltre al resto, è anche la mancata accettazione di sé. Quando ognuno di noi ha fatto il possibile per migliorarsi in tutti i campi ed ha raggiunto il massimo raggiungibile, deve rendere grazie al Tutto e accettare la propria condizione. L’altro, quello che sta su un gradino più alto del nostro, non ha nessuna colpa se noi non possiamo andare oltre. L’arbusto non deve, non può essere invidioso del platano.

Un altro aspetto da sottolineare ancora in questa commedia è la simpatia con cui Shakespeare riveste i personaggi femminili (eccetto Febe la brutta pastora che tratta malamente Silvio il pastore che spasima per lei). Insieme con il simpatico buffone Paragone e con l’annoiato Jaques hanno il compito di far satira. Le due cugine sono i veri burattinai della compagnia: la donna è capace di guidare, decidere, pensare, organizzare, e mille altri…are, non è ridotta all’oca di turno. Per Anna Luisa Zazo (vedi il suo saggio introduttivo op. cit. pag. XXVIII) “Rosalind è un Amleto in chiave femminile”, ed Amleto è il DNA dell’opera shakespeariana, l’incarnazione del teatro, dell’attore, della maschera. E condividiamo pienamente quanto dice, perché nel momento in cui nella foresta Rosalind travestita da Ganimede recita la parte di Rosalind davanti al suo Orlando, viene raggiunto il massimo della teatralità.

Chissà, forse Shakespeare con tali mezzi ci invita semplicemente a vivere recitando, o se vi piace di più, a recitare vivendo i vari atti della vita e le “varie ed eventuali” dell’esistenza… teatrale.

Fonti: girodivite.it/antenati ; taozen.it

La Torre Nera, La Sfera del Buio: Cuthbert ed Alain

Ad Hambry se ne parlò per tre anni: tre decenni dopo la caduta di Gilead e la fine dell’Affiliazione, se ne parlava ancora. Ancora allora c’erano più di cinquecento vegliardi (e qualche nonnetta) che sostenevano di essere al Riposo e di aver visto tutto.
Depape era giovane e aveva la velocità di una serpe. Ciononostante non arrivò nemmeno vicino a sparare un colpo in direzione di Cuthbert Allgood. Si udirono uno schiocco e un sibilo al rilascio dell’elastico, si vide un raggio metallico attraversare l’aria affumicata del saloon come una riga sulla lavagna, poi Depape gridò. [...] Frattanto Cuthbert aveva già ricaricato la sua fionda tendendo l’elastico. “Ora” disse, “se vuoi prestarmi la tua attenzione, mio buon signore…”
“Io non posso parlare per la tua” intervenne alle sue spalle Reynolds “ma ti metto a disposizione la mia, amico. Non so se sei bravo con quell’aggeggio o il tuo è stato solo un gran colpo di culo, ma in ogni caso adesso hai finito di giocarci. Molla l’elastico e posa la fionda. Quel tavolo che hai davanti a te è l’unico posto dove voglia vederla.” [...] “Credo mio buon signore, di dover esprimere il mio rammarico e declinare l’invito”
“Che cosa?”
“Come vedi, tengo la mia fidata frombola puntata alla testa del tuo simpatico amico…” cominciò Cuthbert e, quando Depape non sepppe trattenere un moto di disagio contro il bancone, la voce di Cuthebert si alzò in una scudiscia in cui non c’era niente di inesperto. “Fermo! Un’altra mossa e sei un uomo morto”.
Depape si paralizzò, con la mano insanguiata sulla camicia appiccicaticcia di resina.
[...] Cuthbert abbassò la voce al precedente volutme colloquiale, per non dire giocoso. “Se mi spari, la sfera parte e muore anche il tuo amico”.
“Non ci credo” ribattè Reynolds, ma non gli piacque il tono della propria voce. C’era del dubbio. “Nessuno sarebbe capace di un tiro così”.
“Perché non lo lasciamo decidere al tuo amico?” replicò Cuthbert e alzò di nuovo la voce in un saluto giovale. “Ehilà occhialetti! vuoi che il tuo socio mi spari?”
“No!” strillò Depape sull’olto del panico. “No, Clay! Non sparare!”.
“Allora è uno stallo”, concluse Reynolds perplesso. E subito dopo la perplessità si trasfmormò in orrore per l’apparizione della di un coltello enorme che gli si posò sulla gola. Gl schiaccio la più delicata appena sopra il pomo d’Adamo.
“No che non lo è” mormorò Alain. “Metti giù la pistola, amico mio, altrimenti ti taglio la gola”.

Stephen King
Saga de “La Torre Nera”, Quarto libro: La Sfera del Buio.

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