Fino alla prima metà del XVIII secolo una sola cosa era sicura nell’Architettura: il Classicismo, nato in Grecia, cresciuto a Roma, riscoperto infine nelle corti Rinascimentali. Le regole dell’Architettura erano quindi delineate, stabilite, inconfutabili e incrollabili. Metodi di costruzione, finestre o porte, colonne o frontoni. Le città prendevano sempre più forma seguendo i canoni classici e pochi erano gli architetti che si permettevano di sforare dal canone classicistico dell’epoca, per paura di ricevere una disapprovazione dalla clientela.
Anche per quanto riguarda costruzioni più semplici e poco costose le direttive erano ben precise. Non dettate da un pensiero culturale comune, ma bensì costretto da una serie di limitazioni:
- Clima. In mancanza di tecnologie per combatterlo, si decideva come alzare un muro nel modo più sensato, incatramare un tetto o rinzaffare una facciata a secondo delle condizioni meteorologiche del posto.
- Trasporto dei materiali. Le scelte non erano poi così varie, visti i costi eccessivi dei trasporti. I proprietari sceglievano tra le materie che vi erano disponibili: pietra, legname o fango.
- Edilizia. I viaggi erano costosi, quindi le conoscenze di costruzioni erano limitate, neanche la stampa aiutava molto a conoscere le architetture di altri paesi (ecco perché nella tradizione nordica sembra che Gesù sia nato in uno chalet).
Ciò diede vita a forti identità architettoniche locali.
Nel 1747, Horace Walpole, il figlio minore del primo ministro britannico sir Robert, acquistò un cottage di un ex cocchiere e i 40 acri di terreno circostanti nel sobborgo londinese di Twickenham, sul Tamigi, e si apprestò a costruire qualcosa di nuovo che avrebbe fatto discutere molto sull’idea di bella casa. Non optò per una villa Palladiana o simile, egli fece costruire la prima casa neogotica del mondo: Strawberry Hill.

Nessuno prima d’allora si era cimentato nel decodificare l’architettura religiosa del Medioevo per un ambiente domestico. Walpole si dedicò alla casa per circa un quarantennio, non era incline a tacere delle sue fatiche e invitò a vederla tutte le persone che conosceva; arrivò anche ad organizzare visite a pagamento. Il Neogotico divenne di moda.
Con l’avanzare del neogotico l’architettura ebbe nuovi stimoli, crebbe la curiosità per stili di altre epoche e civiltà. All’inizio dell’Ottocento, nella maggior parte delle nazioni occidentali chi decideva costruire una casa poteva scegliere una vasta gamma di stili, si crearono cataloghi. Il più famoso dell’epoca era “The Encyclopaedia of Cottage, Farm and Villa Architecture” di John Loudon, il quale mostrava ai costruttori fai-da-te progetti per costruire case tipiche di ogni parte del mondo: rapidamente le caratteristiche architettoniche regionali vennero spazzate via.
La vasta scelta portò a un periodo di caos, evidenziato da Castle Ward, la casa voluta dal visconte di Bangor e lady Ann Bligh, situata nell’Irlanda del Nord. Il visconte ammirava il neoclassicismo, Ann privilegiava uno stile neogotico. L’architetto per riuscire ad accontentare entrambi decise dunque di dividere in due la casa: posteriore neogotico, anteriore neoclassico. La stessa divisione avveniva anche all’interno ovviamente.


I critici inorridirono e iniziarono ad abbozzare una nuova misura di consenso visivo. Nel 1828 un architetto tedesco, Heinrich Hübsch, pubblicò un libro “In welchem Style sollen wir bauen?” (In quale stile dobbiamo costruire?). Non vi fu una vera risposta a questa questione, forse perché la domanda venne ritenuta irrilevante e oziosa.
Intanto gli ingegneri si erano impadroniti dei nuovi edifici della Rivoluzione Industriale e pian piano misero a tacere ogni discussione sulla bellezza dell’architettura. Grandi padroni del ferro, dell’acciaio, del cristallo e del cemento costruirono ponti, hangar ferroviari, acquedotti e banchine portuali. Portavono a compimento ogni loro opera senza chiedersi in alcun modo quale fosse lo stile migliore da adottare. E a dispetto di questa indifferenza gli ingegneri edificarono le costruzioni più impressionanti di questa epoca confusa.
Questa nuova filosofia mise in discussione tutto ciò che l’architettura aveva sempre rappresentato:
Trasformare qualcosa di utile, pratico, funzionale in qualcosa di bello: questo è il compito dell’architettura. (Karl Friederich Schinkel)
L’architettura diversamente dalla pura e semplice edilizia, è l’ornamento della costruzione. (sir George Gilbert Scott)
Per una minoranza di architetti, gli ingegneri rappresentarono una salvezza, perché possedevano ciò che a loro mancava: certezze.
Finite le discussioni sull’estetica, gli architetti si concentrarono sulla funzionalità, la verità tecnologica.
Che tipo di casa avrebbe costruito l’architetto che avesse rinunciato all’interesse per la bellezza, concentrandosi solo sul suo funzionamento meccanico? A voler credere al suo creatore, doveva assomigliare a Villa Savoye.

Nella primavera del 1928 una coppia di Pariri, Pierre ed Emilie Savoye, contattò l’architetto svizzero Charles-Edouard Jeanneret, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Le Corbusier, chiedendogli una casa in campagna. All’epoca, Le Corbusier aveva già progettato una quindicina di abitazioni e aveva una certa fama internazionale, soprattutto riguardo le sue opinioni categoriche sull’architettura:
Gli ingegneri sono sani e virili, attivi e utili, morali e gioiosi.
Gli architetti sono disillusi e oziosi, chiacchieroni e malinconici. Il fatto è che presto non avranno più nulla da fare. Non abbiamo più soldi per ammucchiare cimeli storici. Abbiamo bisogno di lavarci. Gli ingegneri provvedono al bisogno, ed essi costruiranno.
Egli credeva nella casa austera e pulita, disciplinata e sobria, odiava gli ornamenti e per questo aveva pietà per la famiglia reale britannica e per la carrozza tutta oro e fregi su cui si spostava quando, ogni anno, andava ad aprire il Parlamento. Suggeriva ai reali che imparassero a viaggiare per il regno con un auto da corsa Hispano-Suiza del 1911. Ribattezzò Roma, meta abituale d’istruzione dei giovani architetti, come “città degli orrori”, “perdizione di coloro che non sanno molto” e “cancro dell’architettura francese”, a causa dell’abbondanza di particolari barocchi, affreschi e statue.
I libri di Le Corbusier destinavano attenzioni e riguardi per turbine elettriche da 40.000 kilowatt o per un ventilatore a bassa pressione e non più a cattedrali e teatri d’opera.
Quando un redattore di una rivista gli chiese quale fosse la sua sedia preferita, egli rispose che era il sedile di una cabina di pilotaggio, descrivendo quando per la prima volta, nel 1909, aveva visto un aeroplano volare nel cielo sopra Parigi ed etichettandolo come il momento più significativo della sua vita. Poiché per esigenze di volo gli aeroplani erano privi di decorazioni superflue e quindi si trasformavano in creazioni architettoniche perfette. Porre una statua classica in cima ad una casa è tanto assurdo come metterne una su un aeroplano. “L’avion accuse” concluse.
Le Corbusier elencò (”scientificamente” garantì ai suoi lettori) una semplice lista di requisiti che doveva avere una casa, possibili altre aggiunte le definì “ragnatele romantiche“. La funzione di una casa era “un riparo contro il caldo, il freddo, la pioggia, i ladri, gli indiscreti. Un ricettacolo di luce e di sole, un certo numero di stanze destinate alla cucina, al lavoro, alla vita intima“.
Fonti: Architettura e Felicità (Alain de Botton); wikipedia.org